Esodo dei giovani - Puglia in pole position

07.10.2017 17:35

 A rivelarlo sono i dati del Registro degli italiani residenti all’estero

Aumenta l’emigrazione dei giovani che, sempre più numerosi, lasciano la Penisola diretti all’estero, in cerca di maggiori rassicurazioni lavorative che diano loro qualche speranza in più per immaginare il loro futuro un po’ più roseo.

I dati, però, rivelano anche un altro aspetto: sarebbe infatti la Puglia la regione d’Italia che, fra le altre, “concorre” a tenere alto il numero di quanti espatriano dopo aver completato il loro corso di studi. 
Dati che, oltre a tenere conto di quanto riferito dall’AIRE, il Registro degli Italiani che sono residenti all’estero, considera anche i cosiddetti “flussi migratori temporanei” o per motivi di studio. Un aspetto, quest’ultimo, per nulla marginale se si considera che i numeri espressi dalle rilevazioni statistiche, non terrebbero conto di quanti, seppur all’estero, risultano ancora residenti in Italia giacché non hanno mai effettuato alcuna comunicazione di variazione.
Il dato perciò, aumenterebbe sensibilmente rispetto a quello riportato dall’AIRE.
 
“Qual è il problema?” verrebbe da domandarsi … Il problema sta proprio nei numeri: cifre che, generalmente, avrebbero un loro “diritto di cittadinanza” in periodi storici significativi per una generazione (guerre, carestie, rivoluzioni sociali) … Invece ora si tratterebbe di intere generazioni intente a guardarsi intorno ma soprattutto a mirare altrove, nonostante l’Italia, a tutt’oggi, risulti ancora essere il secondo paese più industrializzato del vecchio continente (soltanto il settore delle rinnovabili, nel 2016, ha prodotto oltre 200mila nuovi posti di lavoro)
 
E allora, perché tanti giovani pugliesi, per lo più laureati e ben posizionati nel contesto sociale del loro territorio, tutti i mesi, “imbracciano” una valigia e vanno via da casa? 
È evidente che fra le prime cause vi è la crisi occupazionale, fenomeno tipicamente italiano, che spinge alla ricerca di nuove opportunità di lavoro lontani da casa. Tanto che, ad emigrare, sono proprio i soggetti in possesso di titoli di studi ed elevate specializzazioni. 
Un esempio fra tutti? Lo smisurato numero di laureati in medicina e chirurgia che, negli ultimi 2-3 anni, sono partiti dall’Italia alla volta di Germania ed Inghilterra.
 
Al fenomeno, però, andrebbe anche data una lettura propositiva, trattandosi peraltro di un dato che mostra ricchezza di opportunità, ossia: da sempre la concentrazione di “centri produttivi”, di risorse, di fasce di popolazione capace di spendere attira manodopera, forza lavorativa, eccellenze che rispondano al semplice principio della “domanda-offerta”.
Quello che in realtà è soggetto a mutamento non è il modello economico di riferimento bensì l’avvento di una globalizzazione ancora non del tutto metabolizzato. 
Il tasso occupazionale, infatti, è pressoché uguale a quello che 40 anni fa induceva a spostarsi dalle periferie (intese non solo come le campagne ma anche come paesi a sud della penisola) verso i centri di produzione
 
Quello che sta cambiando, forse, non è tanto il modello economico di riferimento, ma il mondo globalizzato intorno a noi.
I tassi di occupazione sono gli stessi (se non migliori) che spingevano i meridionali, negli anni ’70, a cercare lavoro in quelli che erano i centri di allora. Ci si spostava dalla periferia (le grandi città come Torino, Roma, Milano e molto tempo dopo anche Bari).
Oggi, grazie alla globalizzazione, allo studio, alla conoscenza delle lingue, la visione è diventata nettamente più cosmopolita: non più Torino, Roma, Milano ma Londra, Berlino, Barcellona, Dublino …
Tutte mete facilmente raggiungibili anche grazie ai voli low cost, città che sono in relazione fra loro non solo per la condivisione di una moneta unica, ma anche di una visione del mondo e del futuro capace di proiettare le nuove generazioni verso orizzonti più luminosi. 
 
Il grande cambiamento rappresentato dallo spostamento dei giovani laureati, insomma, è anche la cifra di quella cosiddetta “forza lavoro” che altrove, oltre i confini nazionali, trova spazi per esprimersi al meglio in ruoli di prestigio nell’ottica di una evoluzione mondiale sempre più trainata dai servizi (basti pensare a finanza, turismo, informatica …) e con industria ed agricoltura sempre più meccanizzate.
 
In conclusione, il fatto che la Puglia sia tornata ad essere terra di emigrazione come nei periodi di profonda crisi, non deve essere letto necessariamente come un fattore negativo: è anzi una risposta – anche qualitativamente elevata – ad una generazione che si evolve, che cambia, che cerca di intercettare forme nuove occupazionali rappresentate da alcune fasce sociali prima di altre. Ed in quanto nuove opportunità si costringono a pagare un prezzo – a volte anche alto – in termini di cambio di opportunità.
Certamente il parametro di confronto, è molto più ampio oggi, sia in termini geografici che per quanto afferisce a quelli economico-sociali.
 
Una cosa è sicura: il nostro Paese deve darsi una mossa sia in termini di produttività che di miglioramento del mercato del lavoro (cominciando con la lotta al sommerso e la facilitazione all’avvio di impresa sia in termini di tempi che, soprattutto, di costi. Alla lunga, non potremo che trarne solo grandi vantaggi.
 
Antonio Soleti
a.soleti@alice.it