Domenico Gabbia

Domenico Gabbia
Domenico Gabbia è nato ad Azzano Mella ( Brescia).
 
Nel 1977 la prima mostra personale a Brescia seguita da oltre quaranta in Italia e all’estero.
 
Nel 1985 è invitato ad esporre a Palazzo Ducale di Pesaro, dal 1988 collabora con importanti gallerie e tramite la galleria Fumagalli di Bergamo espone alla “ Staats Universitat Sbibliothek” ad Amburgo e alla “Vereniging Volksuniversiteit” di Rotterdam.
 
Dal 1991 si susseguono moltissime esposizioni pubbliche, ne citiamo alcune: Palazzo Martinengo ( Bs), Villa Usignolo (Sarezzo), Palazzo dell’Arsenale d’Iseo, Palazzo Bargnani d’Adro, Villa Glisenti( Villa Carcina), Palazzo Francesconi ( Provaglio d’Iseo), Palazzo Fenaroli ( Rudiano), Fondazione Cicogna Rampana ( Palazzolo sull’Oglio), Palazzo delle Magnolie ( Borgo San Giacomo), tramite la galleria d’arte “ Arte capital” è presente alle più importanti fiere d’arte: Miart, Expo arte di Bari, Forlì arte, Vicenza arte, ecc…”.
 
Nel 2003 il Museo D’Arte e Spiritualità di Brescia lo invita a svolgere il tema sul “ Volto di Cristo” per una mostra itinerante nelle più importanti sedi pubbliche nazionali, con grandissimi artisti tra i quali “ Roualt, Kokoscha, Sutherland, Manzu’ecc…” ed entra a far parte della Collezione del Museo.
 
Nel 2004 è invitato ad esporre all’Accademia Di Belle Arti di Beirut e al Museo National Council di Kuwait City.
 
Numerose le recensioni e pubblicazioni di mensili nazionali, come Arte Mondadori, Arte In, Bolaffi Arte, Stile, Le scelte di Sgarbi, edito da Mondadori.
 
Hanno scritto: Vittorio Sgarbi, Luciano Spiazzi, Elvira Cassa Salvi, Attilio Mazza, Lino Lazzari, Carlo Rigoni, Luigi Armondi, Gabriella Ardissone, Michele Fuoco, Nazzario Boschini, Ferruccio Veronesi, Guido Stella, Antonio De Santis, Fausto Lorenzi, Mauro Corradini, Licia Spagnesi, Maurizio Bernardelli Curuz, Giancarlo Paladini, Tonino Zana.
 
Vive e lavora a Brescia.
 
Nel 2012 espone a Casoli pinta, Palazzo Ducale di Atri, Teramo, nel 2014 espone al carnevale D’Abruzzo e al Museo Michetti, Chieti.
 
Nel 2015 Viene invitato ad esporre nella mostra “ Leonardo Da Vinci e i contemporanei” Palazzo Martinengo, Brescia.
 
 
 
Critica
Domenico Gabbia è un pittore che opera attraverso due moduli paralleli, dove si conciliano perfettamente la figurazione di racconto visivo autobiografico, e un’astrazione funzionale a sottolinearne il fascino. Le sue opere sono eseguite in acrilico e fusaggine su tela, componendosi in forme stilizzate che coniugano una liricità evanescente con un polimaterismo di grande raffinatezza estetica. Questi due elementi danno riscontro di un’inventiva fervida che poggia sulle capacità duttili di uno sperimentatore. L’artista compila infatti una serie di pagine di memoria, che lasciano trasparire allusioni cromatiche di forme informi, segnali di una mitizzazione in chiave poetica di eventi passati, sottolineati dalla chiarificazione, tutt’altro che occasionale, dei titoli che li accompagnano. Ogni quadro è quindi un racconto compiuto, materializzato da una grafia che rielabora non solo un ricordo, ma ance la interiorizzazione delle certezze intuitive dell’infanzia, quando la comprensione e l’appropriazione del mondo si affida alla nettezza lucida di un segno a matita, non ancora contaminato dall’educazione.
 
Tutto questo equivale a dire che questo artista rifiuta i compromessi e le riflessioni dell’età adulta, pur sapendo benissimo che in simile esercizi pittorici si sono esercitati anche altri artisti, come Gastone Novelli. L’informalità allusiva delle sue opere produce gli effetti suggestivi di un graffitismo senza premeditazione, dove prevalgono le tonalità del bianco, del grigio del nero e dell’ocra, che decantano gli spunti visivi senza tuttavia sottolinearli, afiidandoli piuttosto a una vaghezza incantata e sognante. Gabbia in ogni sua opera definisce le immagini in una chiave simbolica apparentemente primitiva, utilizzando in realtà un alfabeto organizzato stilisticamente da uno studio profondo e meticoloso. In questo caso, l’indubbio accoglimento della lezione visiva e delle convinzioni estetiche di Klee, si carica di singolari significativi creativi e psicologici, perchè il ritrovamento degli accenti linguistici infantili si traduce in una proiezione ragionata dell’inconscio, e nella riproposizione delle proprie verità interiori. I riferimenti del passato hanno attinenza con momenti di autentica commozione, che si rinnova, si direbbe, nel momento in cui l’autore ne riporta intatto sulla tela il segnale ritrovato. Queste narrazioni segniche e aprospettiche scorrono sulle superfici informali come le trame sottili di un ricamo, stabilendo un rapporto stretto e ben motivato fra l’inafferrabilità dell’astrazione e la leggitibilità di un vissuto riconoscibile. Nel risultato pittorico della manipolazione materica, infine, Gabbia sortisce gli effetti e le sfumature del pastello, dando volutamente spazio all’ambiguità della decodificazione visiva. L’osservatore è quindi costretto a una ricezione consapevole, e ad esplorare con attenzione gli strati pittorici che sembrano voler assumere le apparenze cartacee di un album da disegno. Una proposta visiva così aerea e immaginifica va dunque confrontata con la complessità formale dei registri segnici e cromatici, dove gli spazi astratti sono movimentati dalle sagome di una casa, di una bicicletta, di un uccello, di un cavaliere o anche semplicemente da un cerchietto tracciato a mano libera. Ma si sa che, come avviene per una certa parte della poesia simbolista, solo una perizia molto esercitata e una severa attitudine meditativa possono produrre l’impressione di naturalezza spontanea connaturata a questi eventi pittorici che addensano sulla tela le visioni immateriali di un narratore di favole. Estratto dal volume “I giudizi di Sgarbi” Editore Giorgio Mondadori.