MILO

MILO

Milo Lombardo, nato nel Midi, il 15 Agosto del 1941 a Barletta, città della disfida e dalle architetture medievali, dove il sole baciando il mare, da forma all’incredibile natura chiamata Puglia. Aveva iniziato sin da ragazzo come figurativo classico, memore della frequentazione dell’ Accademia del Nudo e dell’Accademia del Castello Sforzesco di Milano.

Importanti riconoscimenti istituzionali nazionali sono nel suo curriculum tra cui ricordiamo l’Ambrogino D’Oro e d’Argento del Comune di Milano nel 1975 per la pittura e la scultura, La Scarpetta D’Oro di Vigevano1976 Primo Premio Jean Bartò 1977 per la scultura per la scultura e La Camerina D’Oro di Paderno Dugnano 1986 Dalla Sacra Bibbia – Giavanni 13-20 “Quia unus ex vobis me tradet” In verità, in verità vi dico: uno di Voi mi tradirá” dall’ispirazione di queste sacre parole evolve l’opera di Milo. L’artista vuole che l’attenzione dell’occhio dell’osservatore cada al centro della tela, sulla figura di Cristo rivolto di spalle; Egli ha spezzato il pane, ha benedetto il vino pronunciando le parole che diventeranno sacre nell’atto dell’Eucarestia, e con la regalità con cui ha dato forma alla sacralità, il Maestro Milo, attraverso il sapiente gioco del cromatismo e delle pennellate decise, crea il gesto forte di calmare con la mano destra sul capo di un discepolo, lo sgomento degli apostoli che non capiscono il perché delle crude parole espresse da Gesù.

Partendo dal fuoco attentivo sulla figura mortale, terrena del Messia, l’opera si espande su entrambi i lati con una sequenza continua, come una sorta di fotogrammi cinematografici che lo spettatore vede e ricompone in un’unica sequenza filmica, dando vita al racconto sacro di quell’attimo di vita che si trasformerà in un caposaldo della fede cristiana: la fondazione della Chiesa di Pietro. Nell’opera Milo riprende alcuni concetti pittorici dei suoi Maestri predecessori illustri che ha potuto ammirare dal vero. Da Rubens coglie l’idea compositiva di creare luce sul gesto che Cristo sta compiendo dopo aver pronunciato le famose parole rivolgendosi ai discepoli; dal Grande Leonardo da Vinci la collocazione a gruppi degli apostoli seguendo uno schema a triangolo con l’intento di accentuare lo sgomento e la paura espressa dalla mimica dei corpi dei personaggi presenti a tavola. Il colore bianco del tessuto della tovaglia è reinterpretato da Milo in chiave nuova e moderna attraverso un sapiente uso delle velature che porta alla colorazione di bianco con una tecnica che via via compone il colore tono su tono; infine da Goya mutua il colore delle vesti, rosso accesso e oro, azzurro e bianco donando un cromatismo variegato ed intenso a tutto il dipinto.

Tutta la scena è dinamica, ogni elemento è in costante movimento, perché ogni opera di Milo si struttura con l’intento di riuscire a fermare il tempo con un gesto di pennello, i suoi raggi, il cielo, il sole dorato, la chioma dell’imponente albero di ulivo, le vesti dei discepoli, la tovaglia della tavola, la chioma di Gesù e la sua tunica, sono un continuo vorticoso atto di soffio di vita, un costante movimento che la vita ed il tempo stesso creano, e che l’artista cerca di fermare, in maniera immortale.

Elementi caratterizzanti dell’opera di Milo sono la presenza, nella scena ritratta, delle parole, dei suoni, dei rumori, mediante la Sua innovativa capacità di descrivere frammenti di vita, di quotidianità, regala al fruitore la possibilità di quasi riuscire a “sentire” quello che nella scena stessa accade. E’ un autore di grande spessore sensoriale, un autore che disegna uno stato d’animo, l’incertezza di un momento, lo smarrimento, l’incredulità, l’improvvisa perdita di fiducia nell’altro, il dubbio, la paura, tutto sapientemente raccontato dalle sue dinamiche pennellate. 

Siamo di fronte ad un’ opera umile e regale, concretamente terrena ma anche divina, di grande emotività di spessore contenutistico, siamo di fronte alla vera Arte.

Lomar Chebardo